Taranto 706 a. C. Taranto 2018 d. C.

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    In mezzo ci sono più di due millenni di storia e di eventi, fatti, personaggi, vite, esperienze che si sono susseguiti, delineando gradualmente l’identità di un territorio che, a seconda delle fasi e di chi lo ha governato, ha mutato “vocazione” e fonti produttive.

    L’idea che oggi il progetto “Taranto Ipogea” vuole provare a percorrere è proprio questa: scoprire una nuova identità e una nuova vocazione del capoluogo ionico, fino ad oggi rimasta sopita, o quantomeno sottoutilizzata, per dar voce a quei respiri culturali e sotterranei che, da alcuni anni ormai, albergano in modo più o meno stabile anche nella nostra città, e per dare senso a quella prospettiva di futuro “civile” (nel senso della “economia civile”) che solo un progetto che mette a rete Enti di Terzo Settore e impresa sociale è in grado di assicurare, mettendo al centro di tutto la persona, il contesto territoriale di riferimento e i bisogni della comunità di cui il progetto è espressione.

    Per farlo bisogna riferirsi al vero “petrolio” identitario di ciascun territorio, di una città industrializzata del Meridione d’Italia che ha bisogno di ricordare a se stessa e alla nazione in cui è situata che c’è stato un tempo in cui l’industria non c’era, eppure esisteva ugualmente una profonda floridezza naturalistica, sociale e civile.

    Questo petrolio sono i nostri beni non delocalizzabili, i nostri monumenti, le nostre bellezze naturalistiche e i tesori nello scrigno della “nostra” pancia: sì, la pancia della nostra città.
    Taranto ipogea vuole essere un progetto di rete che coinvolge ets, istituzioni e imprese locali, ma con uno “strabismo ragionevole”, in grado di guardare ai modelli fecondi -per lungimiranza e abilità imprenditoriale- che altrove hanno saputo s-viluppare (nel senso spiegato da Stefano Zamagni, ovvero liberato dai viluppi, cioè dai legacci che lo ancorano alla zavorra) il territorio nel rispetto delle persone e in equilibrio col territorio.

    E’ questa l’esperienza che solo i beni “non rivali” sono in grado di assicurare, a differenza di quelli “rivali”(come spiegato da Leonardo Becchetti), che generano consumismo e antagonismo per l’accaparramento:
    – è la differenza che passa tra poter mostrare a un turista la bellezza di un orizzonte sul Mar Grande con le Isole Cheradi piuttosto che l’acquisto dell’ultimo i-phone nella catena di Store più esclusiva del centro commerciale;
    – è la suggestione che può assicurare vedere stratificazioni plurisecolari al di sotto del piano stradale ancora oggi frequentato, piuttosto che l’acquisto dell’ultimo jeans alla moda (che si può trovare identico in qualsiasi altra parte del globo).

    Si è pensato perciò che quando un modello, ancora oggi in evoluzione, è stato in grado di produrre cambiamento (sociale e culturale, oltre che imprenditoriale) non sia sbagliato provare a replicarlo, coi dovuti aggiustamenti.
    Per questo alcuni anni fa è nato un processo di condivisione di esperienze e idee con “Napoli Sotterranea”, il cui obiettivo era (ed è) quello di fornire al nostro territorio un benchmark cui riferirsi, da customizzare in base alle peculiarità sociali, storiche, civili e culturali di Taranto.

    Oggi proviamo a dare slancio a quell’idea, con un’attenzione in più ad alcune categorie sociali più “fragili”, non sempre adeguatamente considerate da progettisti e creativi, nel momento in cui si tratta di valutare la diversità delle esigenze dei flussi turistici (e non solo) che una “attrazione” culturale deve richiamare e incuriosire per farsi ammirare e narrare una storia.

    Vogliamo farlo però pensando a uno strumento tecnologicamente aggiornato (ma non per questo “arido” e impersonale), che sia in grado di incuriosire
    -da un lato- le nuove generazioni ad avvicinarsi alla storia della nostra città e
    -dall’altro- di generare consuetudine e passione civica per chi è “indigeno”, divenendo esperienza istituente per coagulare forze umane e generative, appassionate alla narrazione della bellezza che ci circonda, e che non abbiano timore di attraversare i limiti e le debolezze dell’oggi territoriale, preludio di un impegno fecondo, senza il quale non si approda a nessuna meta.

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